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Fase cazzeggio: A ritmo di blues

E resterò così, sdraiata sul letto mentre il blues mi culla. So che resterò così come sono, e per la prima volta nella mia vita la parola per sempre si fa avanti, per sempre così  come sono. A dispetto di tutto, anche del mio modo un poco cinico di vedere la vita, anche a dispetto di aver capito che certi sogni resteranno sogni per sempre.
Io resterò  così : immobile a suono di blues a  sognare le mie tante storie, le mie molteplici vite, la molteplice me. Nella mia fantasia sono tutto e niente, sono quel sono sono, ora lo so.

Il blues scorre, riempie, espande, mentre io resto fedele al  mio sogno dicendomi chissà, forse ora o forse fra cinque minuti o magari in un’ altra vita si avvererà. Ma non importa quando, e neppure se si avvererà o no : ho imparato a sognare. Perché  bisogna saper sognare, anche sognare è un'arte, ed io ho imparato a farlo. 

Sogno  solo per il gusto di farlo, vivermelo e godermelo tutto fin in fondo. Se poi è  accompagnato dal ritmo del bluse è  ancora più  intenso,tanto da sembrare reale.
Ormai  l’ho compreso, anche a dispetto delle poche probabilità  con cui  possa avverarsi un sogno continuerò a sognare per sempre.Perché sono fatta così un po’ vagabonda e sempre in cerca di un’emozione che mi faccia dire -anche solo un giorno purché sia così: vivo e intenso da valere una vita intera-
Fin dei conti sono gli attimi quelli che contano, sono quei piccoli  frammenti a costituire un’ intera esistenza, mica mille giorni uguali ma quei benedetti frammenti in cui ami come non hai mai amato, ridi come non hai  mai riso e  piangi come mai hai pianto per poi ridere ancora più  forte. Attimi in cui  a volte ti prendi pure il congedo di odiare come mai hai odiato per poi pentirti e dividerti  in due, divisa fra il male e il bene, rabbia e perdono. In  tutta questa   confusione tutto quel che so per certo è che si tratta di  attimi che arrivano  poi se ne vanno e poi ritornano e vanno avanti così.

"Keep calm and carry  on" in  quei momenti è  il motto preferito.
Stai calma e vai avanti in mezzo a questa orda di attimi senza voltarti senza fermarti e senza porre resistenza, Dio sa quel che tu non sai. Ed è  stato così  che ho imparato davvero a sognare, non prima quando i sogni erano solo disperati desideri, mancanze  o bisogni,quello non era sognare  quello era stare male...


Non ha più  importanza per me  che un sogno si realizzi o no: ho  imparato ha sognare. A sognare per il gusto di farlo non per  vederlo realizzato, la cosa più  assurda é che da quando ho iniziato a farlo in un modo o in altro qualcosa di ciò che sogno me lo ritrovo nella realtà  ed ogni volta resto sgomenta,sorpresa e piacevolmente contenta.
Adesso lo so, potrei avere anche il mondo ai miei piedi ma io avrò sempre qualcosa da sognare da vivere per i fatti miei.
Non posso farne a meno, e neppure lo voglio, sono è sarò  sempre alla  ricerca di quel emozione  che dura quanto un istante ma che  é  intensa quanto una vita intera. E non desidero nulla in più. 


Mi si appiccica addosso come profumo sulla pelle calda,si sprigiona intensamente e il mondo attorno a me sembra respirarlo con me lasciandosi trascinare.
Percepisco il mio essere vivere é respirare a ritmo di blues.
Se dovessi descrivere come vorrei  vivere interamente  la mia vita e di come in parte vivo  la vivo sia dentro che attorno a me, è così  che la vivo e che per sempre la vorrei: a ritmo di blues. 




Fase cazzeggio : Senza chiedere permesso


 
 


Dovrei riassumere  uno intero capitolo di Big Magic per farvi comprendere cosa intendo con quanto scriverò.
Non ho voglia di riassumerlo e di fatto resta pur sempre uno di quei discorsi fra me e me, fra me ed Eghetta,  a noi è  tutto ben chiaro e questo è quanto basta.
Io ed Eghetta si va sempre più a pari passo  e questo è quanto basta.


Nella vita si passa attraverso molte fasi, spesso si ripassa pure dalla stessa. In questo preciso istante, e intendo dire proprio quello che ho scritto non da qualche tempo o da ieri ma adesso, sono rientrata in una fase già  da me conosciuta, vissuta e testata con risultati appena sufficienti e costellata da tentativi goffi,di quel tempo qualcosa fu definitivamente concluso molto altro invece rimase a mezz’aria.
Eccomi  rientrare  in quella fase che definirei di progettualità,  creatività  dirompente e incontrollabile, smania di fare che non sta più  nella pelle nonostante attimi di confusione.
Questo rientro in dote porta nuova consapevolezza e conoscenza permettendomi di viverla in modo più semplice di un tempo.

“Non mi è  mai passato per la mente di dover chiedere formalmente a qualcuno il permesso  di diventare  scrittrice. Non avevo mai visto nessuno nella mia famiglia chiedere il permesso di fare qualcosa .
Le cose si facevano e basta.
Ed è  questo ho deciso di fare io: cose.”
Da Big Magic

Ed è  questo che ho deciso di fare: cose.
Che sia dal dipingere una parete di tre colori a  smontare una cassettiera. Aprire un bad breakfast  o cucinare torte. Imparare il francese o dedicarmi a cose mai fatte...fare cose, ora conosco e inseguo solo questo obiettivo. Fare cose e basta e soprattutto: senza chiedere il permesso.



Ogni tanto penso: LIberi di usare le parole


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Questo passaggio è estratto da un vecchio post scritto da me,l' ho letto e riletto  alla fine l'ho archiviato per sempre nel cestino.
Tutto quel che ho salvato è questo passaggio tratto dal libro della Metzger,  riassume splendidamente tutto quel che c'è e si potrebbe dire sul peso delle parole e del silenzio.

Deeana Metzger scrive : "Quando ci dicono che non si deve parlare di una cosa.Il messaggio sostanziale è che quella cosa non dovrebbe esistere: non deve,non può, non esiste.In quel momento per noi la nostra realtà,di conseguenza la nostra vita subiscono un snaturamento,diventano vergognose e da cancellare.Cosi, per proteggerci iniziamo a parlare del mondo a una dimensione dove tutto è sicuro, acquisito, accettabile..."
Silenzio e parole...interagiscono nella nostra esistenza, parole scritte, parole orali...il silenzio è un bene prezioso quando libero e maturo, ogni imposizione volta a soffocare  la nostra natura è violenza.
Il diritto di espressione scritta o verbale è un bene che va difeso...sempre.

Ogni tanto penso: La vasca di coccodrilli.

Leggendo questo breve racconto non ho potuto fare a meno di sorridere.

Un giorno un Re chiamò i suoi sudditi a corte e disse loro: Ho deciso di lasciare in eredità il mio regno a chi dimostrerà la volontà, il coraggio e il potere di attraversare a nuoto la mia vasca di coccodrilli. Solo un eroe meriterà di essere il mio erede e di godere della mia ricchezza. – Il silenzio calò nel castello. Gli invitati erano sbigottiti. Il Re era malato? Era impazzito? Chi avrebbe avuto tanto valore, tanta follia, da sfidare quei coccodrilli affamati che popolavano una vasca lunga ben venti metri? All’improvviso, si udì un clamoroso tuffo. Tutti gli sguardi caddero su un giovane che schiaffeggiava l’acqua con la velocità del delfino per raggiungere la sponda opposta della vasca. Nuotava all’impazzata, mentre tutti i presenti, senza fiato, non potevano credere ai loro occhi. Il giovane uscì con un balzo dalla vasca, era incredulo, spaventato e guardandosi intorno, mentre il Re invitava le trombe a suonare per ricevere il nuovo sovrano, esclamò urlando: chi è che mi ha spinto?

Sorrido per come  grandi e profondi  concetti  raccontati per mezzo di  parabole possano palesarsi  con tale  semplicità  ed essere di una tale chiarezza da farmi  sentire quasi stupida per non averci mai pensato prima o meglio dire per non averli mai intuiti. La vera conoscenza è da lì che arriva, dall’intuizione. Le verità celate della natura umana  e del suo inconscio si manifestano esplicitamente tanto da farmi  dire “caspita è vero”, provo un po’ la sensazione  uguale a  come quando cerco qualcosa che ho sempre avuto sotto gli occhi e quando mi accorgo che è sempre stata lì mi rendo conto che la fretta, un pensiero di troppo, la poca presenza di sé la nascondevano ai miei occhi.
La verità o conoscenza, come meglio si preferisce definirla si svela  a volte in modo quasi tragicomico per mezzo delle parabole, ma per quanto  si possa  prenderne consapevolezza tale presa di coscienza spesso non  è sufficiente per poter  modificare definitivamente comportamenti errati o per affrontare totalmente le nostre  paure, almeno non da subito. Come una medicina anche la presa di coscienza ha i suoi effetti collaterali, può non piacere e per di più  non metterla in pratica significa esasperare la sua negazione  fino a  trasformarla  in nevrosi.

Dal momento che s’apprende o s’ intuisce quanto ci accade dentro e accade attorno a noi nel ventre dell’inconscio, per così dire chiamiamola “illuminazione”  viene lavorata come avviene in gestazione fino a quando sarà pronta per essere partorita..
Esiste  di contro anche l’ opzione di negare quanto si è  compreso e di non permettere alla consapevolezza di partorire e far  nascere la nuova creatura  dentro di noi...ma qui ci perdiamo in altro terreno e in un’altra storia troppo lunga e complessa per poterne parlare ora, quel che posso aggiungere in conclusione è di assicurarvi che quest’ultima opzione è dolorosa e devastante per noi stessi.


Sorrido di questa parabola per il concetto che esprime. Quante volte nella nostra vita e chissà quante altre volte ancora lo faremo, siamo rimasti davanti ad una vasca di venti metri piena di coccodrilli aggrappati alla nostra logica pur sapendo che attraversandola si sarebbe raggiunto il trionfo. Rimanendo  immobili facendo e disfacimento piani per come poterla attraversare indenni senza mai realmente  muovere un passo o addirittura cercando di schivarla in tutti modi, accade poi qualcosa di inaspettato: qualcuno  ci spinge  dentro e riusciamo ad  attraversare la  vasca. Resta  incredibile e inesplicabile come senza ma e senza se siamo riusciti a compiere tale  impresa, piccola o grande che sia. Per i nostri coccodrilli interiori anche la cosa più banale può essere una enorme montagna da scalare.
Quante volte davanti a problemi o in situazioni difficili  ci siamo detti: “non c'è la posso fare” ma travolti e presi in causa dagli eventi abbiamo reagito, abbiamo dovuto farlo, siamo stati costretti a compiere un’azione o fare una scelta magari come  il giovane della parabola l’abbiamo fatto  con impulso e per  sopravvivenza, con paura o rassegnati fino all’accettazione che tale cosa andava fatta, o in fine costretti da pressioni esterne senza possibilità  di fuga o replica  ecco che queste azioni non azioni scelte non scelte, in quanto indotte dall’esterno e ancora sconosciute a livello conscio o se volete a livello consapevole, pur apparendoci negative e come un atto di violenza verso la nostra psiche ci hanno reso in realtà  vittoriosi.

Ciò  è  capitato spesso  nel corso della mia vita, tutte le  volte  che ho attraversato la “vasca” mi sono sempre sentita un po’ ridicola e stupida per le mie paure inventate, per la mancanza di fiducia in me stessa, per gli ostacoli creati dalla mia mente, per tutti quei coccodrilli dentro di me. Ho fatto cose che se qualcuno mi avrebbe  predetto io avrei risposto con un secco: impossibile non c'è la farò  mai.  Eppure travolta dagli eventi quando l’unica legge imperante   era di: soccombere o vincere ce l’ho fatta tanto da sentirmi orgogliosa e sorpresa di me stessa al contempo. Da quando ho compreso tale meccanismo le cose sono migliorate davanti al nuovo o quando mi trovo ad affrontare qualcosa di diverso  di cui  penso non essere all’altezza. Prendo l’evento con più  calma, mi dico lascia che sia,  ci sono ancora determinate cose per cui  può  accadermi di dover aspettare  che qualcuno  mi faccia cadere  nella  vasca, tant’è vero che  in certi casi mi capita di  pregare affinché   qualcuno prima o poi  lo faccia, ciò potrebbe apparire come uno sgarbo nei miei confronti  ma  tutto sommato si rivelerà  in futuro essere una benedizione e in un valido  aiuto nonostante i suoi primi aspetti negativi.

Le fiabe : Il secolare si è separato dal sacro

dipinto di 
 shawna erback

Le fiabe
Le fiabe e i miti non sono soltanto le  mappe di un viaggio
ma  sono soltanto anche i mezzi di trasporto

Ai bambini non è  per caso che si raccontano favole, miti e leggende ancora prima che le storie reali  si paesino nella loro vita. E non è  un caso che bambini dei nostri giorni, soffrano di una grave deprivazione culturale e spirituale per non essere più  nutriti del latte dell’immaginazione materna.
   Il secolare si è  separato dal sacro
Negli anni recenti le fiabe sono state cosi  trascurate, svuotate e banalizzare che hanno perso l’antica funzione di presentare al bambini la realtà del mondo e di creare un contesto per il cui  mezzo  egli posso in seguito organizzare e comprendere la propria esperienza.
Il giorno in cui il secolare si è  separato dal sacro, la definizione di umano si è  gravemente ridotta e una sempre maggiore quantità  di esperienza è  diventata tabù. È  strano pensare alla fiaba  e al mito come tabù ma in realtà  questa è  la conseguenza quando si nega il loro contenuto profondo.
 
La favola non è  intrattenimento
C’è una profonda differenza fra il raccontare una fiaba per intrattenimento o l’ apprezzarne il senso nascosto che ci apre alla saggezza. Come esattamente c’è una sostanziale differenza fra il vedere l’infanzia come qualcosa da superare diventando adulti  e il vederla come una condizione da recuperare per il posto che vi occupano l’intuizione, l’ innocenza ,lo stupore. Per fare poter fare ciò  questi tre elementi devono perdurare in noi.
 Qual'è sia la nostra età siamo comunque bambini
Quale sia la nostra età torniamo bambine nel momento  che ci raccontano una fiaba.
All’inizio tutti amiamo sentir raccontare che la principessa è  bellissima, la matrigna cattivissima, il re coraggiosissimo o avarissimo, che il regno è grande o piccolo piccolo, così piccolo
che il nostro eroe può essere alto un pollice e dormire in un guscio di noce. Ma per quanto sia innocente l’inizio, presto arriva il momento in cui vogliamo sapere quanto graffiano i rovi, come si ridurranno le scarpine d’argento se ci si balla tutta la notte, quando dovrà  camminare il principe alla ricerca della sua amata, quanto è  triste e sola la principessa nella torre prigioniera.
E vogliamo sentirlo ripetere e ripetere.
Ai bambini piccoli e agli adulti coraggiosi piace conoscere la verità. Cosí  vogliamo sapere quanto è  buio il bosco poiché  sospetti amo di dover affrontare la realtà  del buio più  buio. Vogliamo sapere quanto è  alta la montagna poiché  la storia implica che anche noi dobbiamo scalarla.
Vogliamo sapere quanto possono essere affettuoso o crudeli gli adulti, come e può  essere protettiva e infila l’autorità, come sono affascinanti  e pericolosi gli estranei, e come sono affidabile e inaffidabile il regno naturale é animale.
E vogliamo sapere che a dispetto dell’illusione della vita terrena e quotidiana la magia e l’incantesimo esistono in tutta la loro ambiguità, i loro aspetti positivo e negativo. Per finire dobbiamo sentire quanto sarà  profondo il sonno, nel in cui momento che apprendiamo di essere profondamente addormentati. Ma quando si subirà  lo scossone, ci sceglieremo poiché  più  di ogni altra cosa al mondo desideriamo essere svegli. 

estratto da  Scrivere per crescere di Deena Matzger





Un' utopia

"Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare. “
Eduardo Galeano, Parole in cammino, 1998


Utopia, sembra ormai una parola caduta in disuso,  utopista un aggettivo che se ci attribuiamo o ci attribuiscono  è motivo di sberleffo, la società impone fin dalla scuola una rigida aderenza alla realtà.
Realtà spesso meschinamente distorta dalla società stessa che da un fronte ti  obbliga a non credere in  un'utopia  e allo stesso tempo è creatrice di sogni artificiosi  con cui vuole farti credere che questa società è la migliore possibile in cui tu possa vivere, e null'altro da desiderare, ogni tuo bisogno verrà  soddisfatto ma solo se sarai vincente.
E per vincere devi stare alle regole del gioco, le sue regole. 


La formulazione del termine utopia fu coniato dall' umanista e filosofo inglese, Thomas More (1478-1535) per denominare il luogo immaginario in cui è ambientato il breve trattato De optimo republicae stato deque nova insula Utopia (1516).
Utopia  dal greco ou=non topos=luogo, non-luogo, indica uno stato ideale che non esiste ma che sarebbe opportuno prendere a modello, in rapporto a una situazione irrazionale e caotica.

Se la realtà è come un sogno

Se la realtà è come un sogno,
dobbiamo agire senza subirla,
così come facciamo in un sogno lucido,
ben sapendo che il mondo
è quello che crediamo che sia.
I nostri pensieri attraggono i loro simili.
Verità è quello che è utile,
non soltanto per noi ma anche per gli altri.
Tutti i sistemi che in un momento ben preciso
sono necessari,
in seguito diverranno arbitrari
e noi abbiamo la libertà di cambiare sistema.
La società è la risultante di quello che lei crede di essere
e di quello che noi crediamo che sia.
Possiamo cominciare a cambiare il mondo
cambiando i nostri pensieri”.

Cosi scrive  Alfredo Alì in Preludio alla Società dell’Utopia:
È opportuno intanto fissare un paio di condizioni assiomatiche, essenziali per la configurazione dell’Utopia:
1) che essa diventa irrealizzabile ogni qualvolta è inserita in un contesto non utopico;
2) che non può essere parcellizzata, nel senso che nessun suo momento può essere decontestualizzato dall’intero processo.
Va poi sfatata l’opinione corrente secondo cui l’utopia è bella ma irrealizzabile. Tale luogo comune deriva, in sostanza, da una plurisecolare rassegnazione al non bello, cioè dalla convinzione che sia impossibile costruire un luogo in cui ogni dimensione del vivere entri in equilibrio con le altre, così da realizzare l’unità tra il bello come forma e l’estasi come contenuto.

Sarebbe consigliabile in questo mondo sterile di idee e fantasia che ormai versa nella rassegnazione che è dato a pochi decidere le sorti del mondo ripescare valori ed idee e con esse il temine "utopia" anche a rischio di passare come molti Don Chischiotte,  nulla può essere peggio della sensazione di vuoto e sterilità che ci pesano sul cuore e nel cuore degli adolescenti a cui è stato tolto ogni diritto di sognare, ogni idea in cui credere.
Ai giovani abbiamo cerchiamo di spiegare  il capitalismo e i mali che ha portato con sè; cerchiamo di mostrargi come e dove  il comunismo con il socialismo hanno fallito;neppure  la democrazia non ne esce pura e senza inganno,.  Dopo aver  mostrato  a loro i vari  fallimenti non ci siamo siamo presi la brigha di indicargli  alcun  nuovo o vecchio (se questo ancora valido e attuabile ) sistema di costruzione per una società migliore, nessun   valore  né  idee o sogni da cui poter  incominciare.

La pubblicità di una nota marca di abbigliamento qualche anno  fa adottó  uno slogan in risposta al fallimento del capitalismo e del comunismo, crearono  la  loro virtuale  nazione  la "Diesel Island", un luogo  dove si spera che possa regnare pace, felicità e libertà… in un' altra  precedente campagna pubblicitaria attribuiscono valore  alla stupidità, non inteso nel senso di “cretini”, ma  piuttosto  apparire come stupidi nel tentativo di   trovare il coraggio di osare, creare,  essere se stessi, estrarsi dalla massa e dalla alienazione delle regole preconfezionate per ciò  rischiare di essere giudicati  e di comportarsi da  "stupidi" per i canoni comuni.


Land of the stupid, home the brave
La terra degli stupidi, la casa dei coraggiosi.

Ecco confezionata un'utopia ( gli interessi della Diesel si possono esaminare in altro contesto) quello che voglio evidenziare é  la forza trainante dello slogan,
al di là dello scopo puramente di marketing,  sono riusciti là dove altri hanno fallito “hanno creato una nuovo motto, un'utopia” che fermenterà nella testa di tanti adolescenti alla ricerca di un qualcosa in cui ritrovarsi, alla ricerca di un disperato sogno in cui credere che non sia la continua violenza e il disincanto.
                             
                                               Land of the stupid, home the brave
Basta dare uno sguardo al video e al sito Diesel Island per rendersene conto…

 Qui trovate la traduzione

L’ universalità dell' educazione

 

"La società è morta il giorno in cui ha smesso di avere coscienza del diritto e del dovere, dovere di esercitare il proprio diritto dinanzi al potere.La società è morta senza estrema unzione "

Corre l'anno 1600 quando Comenio esprime pochi ed essenziali  concetti pedagogici. Tempi che con troppa naturalezza tendiamo oggi a considerare  anni luce lontani da noi, noi CHE viviamo nel tempo dell' avanzata del progresso, dei diritti conquistati fra una guerra e l’altra, tempo in cui  gli analfabeti non "dovrebbero" più esistere.

A leggere i pochi punti del pensiero di Comenio mi chiedo da allora ad oggi cosa sia davvero cambiato. Come la scuola e il diritto all’istruzione siano  veramente  evoluti ad  ogni latitudine del mondo.

Prima di lui e dopo di lui altri hanno espresso il medesimo pensiero, eppure oggi brancoliamo nel buio, l’ignoranza e la discriminazione al diritto dell’educazione dilagano, e pur  là dove un'evoluzione è avvenuta si è  ritornati indietro oscurando il tutto con miseria, ignoranza creando o mantenendo viva la  divisione fra meritevoli e immeritevoli, capaci ed incapaci, e in fine, anche se non di minor importanza la divisione  di genere: uomo donna, e se vogliamo possiamo aggiungervene un’altra la divisione fra omo e eterosessuale.

Sebbene  oggi si possono vedere e toccare con mano i notevoli cambiamenti avvenuti, per esempio le cose grandiose e gli ottimi risultati ottenuti  da chi porta  la disabilità su di sé e da chi ha creduto con determinazione  che essere un disabile non è  un limite ma solo  una barriera da abbattere.Fra questi e altri  grandi  cambiamenti  oggi si sta vivendo al medesimo tempo un arretramento e una distruzione dei valori e dei diritti citati da  Comenio parla, fra una vasta espansione dell’alfabetizzazione stiamo al contempo assistendo ad una vasto oscuramento  del libero pensiero e negazione allo sviluppo del  talento di ogni singolo  individuo per percorrere la via dell’ omologazione nutrendo e crescendo due fazioni: i vincenti e  perdenti,soldati e schiavi del  sistema. Tristemente vi è da aggiungere che non è uno status nuovo ma vecchio di secoli e questo dovrebbe far pensare se oltre allo smartphone, la lavatrice e la tv il mondo non si sia limitato ad evolvere a senso unico: tecnologia, scienza, armi sempre più distruttive e sistemi di sfruttamento del pianeta anch'essi devastanti, allontanandosi sempre di più da quello che dovrebbe essere il suo fine ultimo: la costruzione di una società e civiltà  universalmente globale, nel rispetto di tutti e delle risorse a nostra disposizione, partendo appunto dall'educazione e lo sviluppo del talento dei bambini. Cosa che a tutt'oggi molte scuole mancano di fare seguendo programmi e schemi imposti dal Sistema. Fin dei conti lo sviluppo del talento e l’incoraggiamento  al libero pensiero hanno sempre infastidito in quanto sono due peculiarità che nuocciono al potentato politico economico e religioso di oggi come a quello di ieri. Per questo nulla è mai veramente del tutto cambiato.


                            L’ universalità dell' educazione

Il motto di Comenio è: “Insegnare tutto a tutti”. L’educazione riguarda omnes, omnia, omnino.

 

Omnes: riguarda cioè tutti (uomini, donne, svantaggiati) perché ciascuno possa sviluppare i “semi” che ha in sé.

Alle scuole devono essere affidati non solo i figli dei ricchi, o delle persone più importanti, ma tutti alla pari, di stirpe nobile e comune, ricchi e poveri, bambini e bambine, in tutte le città, paesi, villaggi e caseggiati. Né è di ostacolo che alcuni sembrino per natura ebeti o stupidi: questo mostra ancor più l’urgenza e l’importanza di educare l’animo di tutti. Quanto più uno ha una natura tarda e infelice, tanto più ha bisogno di aiuto, per potersi liberare, quanto è possibile, dalla sua animalesca ottusità e stupidità. Anche le donne, come gli uomini, sono immagini di Dio, partecipano della grazia divina e del regno del secolo futuro; sono egualmente dotate di intelligenza acuta e adatta alla sapienza (spesso più del nostro sesso); anche a loro, come agli uomini, sono aperte le vie di uffizi elevati...”.

Omnia: investe tutto il sapere (umanistico, scientifico, tecnico, manuale: pansofismo)

Omnino: deve essere integrale (deve abbracciare tutte le dimensioni umane: spirituali, intellettive e fisiche).

IL METODO

Comedio critica le scuole del tempo, accusate di utilizzare una pratica educativa “contro natura”. Essenziale, per Comenio nell’educazione, è il metodo che viene seguito. Comenio è stato tra i primi ad affermare che il metodo deve tener conto delle caratteristiche dell’alunno, della sua età, e deve essere “a misura dell’allievo” ispirandosi ad alcuni principi essenziali:

A : superamento del verbalismo e del dogmatismo: si tratta di una pedagogia delle cose e non delle parole (“Res, non verba”).

Aderenza quindi all’esperienza e rapporto diretto con le cose (manualità).

B: qualità del rapporto educativo: il docente deve mirare ad instaurare un piacevole rapporto interpersonale con gli alunni. Il rapporto relazionale viene prima del rapporto didattico. Gli insegnanti, poi, con facilità si approprieranno del loro cuore, tanto che i fanciulli passeranno il tempo più volentieri a scuola che a casa, se si comporteranno in modo affabile e dolce, senza spaventarli in alcun modo con l’austerità ma, al contrario, attirandoli con affetto, gesti, parole paterne. La scuola stessa deve essere un luogo bello che offra, dentro e fuori, piacevole spettacolo alla vista. All’interno l‘ambiente sia luminoso,pulito, adorno dappertutto di dipinti effigi di uomini illustri...Di fuori, invece, adiacente alla scuola, ci deve essere non solo uno spazio per giocare e camminare, ma anche un giardino ove portarli perché essi possano ricrearsi gli occhi alla vista di alberi, fiori, erbe “.

Estratto da Pedagogia scienza dell'educazione.Schede strutturate di Luciano Verdone